Constrictor
- 28 mar 2022
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C’è solo un momento, o meglio c’era e adesso non più, in cui il silenzio scendeva come una patina, umida e appiccicosa nebbia di primavera lì nelle valli chiuse tra colline e fiumi, e mi si incollava addosso, calmo e confortante come il grembo materno.
In quel silenzio, subito dopo aver finito la fasciatura e poco prima di indossare i guantoni, in quella patina umida di uno spogliatoio vuoto, sentivo la tranquillità della fine dell’attesa, prima dell’ansia del giudizio, che fosse un colpo che non avevo visto, o lo strusciare sibillino di una matita che segnava un colpo in più a lui ed uno in meno a me.
C’era solo quel momento, in una vita resa frenetica dalla vita stessa, tra conti cui non facevo fronte, donne che non capivo e persone che perdevo lentamente ad ogni vicolo che dall’infanzia mi ha portato alla vita adulta.
Adesso non c’è più.
Non più l’odore dei guantoni di pelle e plastica, non più la puzza di sudore e piscio degli spogliatoi, non più la fatica dei muscoli che si tirano tra un jab ed una difesa, un montante ed una schivata laterale, non più il bruciore delle corde che graffiano la schiena, privandola della necessità salvifica di scappare dalla gabbia. Non ci sono più le urla dei pochi assetati di violenza, chiusa in un quadrato e resa socialmente accettabile.
O forse c’è ancora, qui, di notte, in questa camera d’ospedale, quando gli infermieri si nascondono nelle stanzine vuote per riposare ed il silenzio scende di nuovo appiccicoso non più calmo e confortante, ma scomodo e nauseabondo mentre nelle flebo le gocce cadono lente, pioggia chimica nelle vene. Troppo stanco di combattere, una guerra che solo a parole si combatte, chiudo gli occhi e sono ancora sul ring, per l’ultima volta questa notte, ho indosso i miei pantaloncini oro e neri, i guantoni consumati e le fasciature strette.

Mi sento ancora vivo e forte, come in un tempo che adesso sembra una vita lontana e aspetto in piedi il mio avversario, chissà a cosa pensa, se ha paura anche lui, se è sicuro della vittoria o della sconfitta, se pensa di lasciare tutto questo, o se invece non conosce anche lui via di uscita. Vorrei leggerglielo negli occhi, ma non li vedo, le sclere bianche senza pupille sembrano immobili eppure sento che mi fissano, non riesco a togliermele di dosso mentre si avvicina con la guardia alta.
Sembra un gigante e non dice una parola, con la coda dell’occhio non vedo nemmeno la figura dell’arbitro, di solito discreta ma pressante, anche il pubblico è sfocato da una nebbia questa volta palpabile.
Il gigante cieco si avvicina, allora alzo la guardia e provo a farmi sotto, voglio lasciargli il primo colpo, sentire quanto è forte il braccio, veloci la spalla e il bacino. Il primo destro è un macigno e mi sposta le mani, nemmeno dieci secondi e sono già esposto, il sinistro arriva dritto sull’occhio. Percepisco il colpo, ma non barcollo, come ovattato in una camera insonorizzata sento solo l’aria che si sposta, ma il mio corpo non reagisce. L’occhio non si gonfia e il sopracciglio non si spacca, non c’è sangue che cola sul bianco del ring.
Mi avvicino di nuovo, forse non è così forte come penso, nonostante lontana nella mia testa ci sia la certezza di non avere scampo, che il mio avversario sia invincibile. Un’idea che mi martella tra le tempie e che non riesco ad isolare mentre bussa con violenza e scende fino a chiudermi la gola. Mi avvicino e provo a colpirlo, solo che è più veloce, troppo, come fosse irreale e il mio colpo fruscia nell’aria, non la muove nemmeno.
Sono di nuovo scoperto e di nuovo vengo colpito.
Lui non suda, non si scompone, si muove lento ma troppo veloce per me, non mi guarda nemmeno eppure è chirurgico in ogni suo gesto.
Non c’è campana che suoni e noi continuiamo il nostro ballo: lui guida, io incasso uno dopo l’altro tutti i suoi colpi. Il mio corpo non sembra però illividirsi, continua a non esserci sangue, né gonfiore, né rumore di ossa che si incrinano.
Eppure sono stanco.
Respiro male, a fatica, mi sposto ancora più lento, il bianco del ring cambia colore, me ne accorgo a malapena, diventa sabbia densa che mi blocca le caviglie. Ormai non mi muovo più, anzi sprofondo di pochi millimetri ogni secondo, non ci faccio nemmeno caso all’inizio, ma scendo inesorabilmente verso il basso, non vedo più le mie scarpe, ingoiate dalla terra fino alle caviglie.
Provo ad urlare ma la voce non esce, la bocca non si apre. C’è solo nebbia intorno a noi, anche i quattro angoli del ring sembrano inghiottiti da questo muro lattiginoso che sa di umido, muffa e foglie morte. Continuo a tenere la guardia alta e provo a schivare solo con il busto, verso destra o sinistra, andando in basso senza scoprire il mento, con i gomiti proteggo milza e fegato, con i guantoni mento e tempie.
Non attacco più, è solo difesa, forse patetica, pur sempre difesa.
L’altro non si scompone mai, non fa caso alla nebbia, alla sabbia, continua a colpire, sposta indietro il bacino e allunga il destro, mi sento coperto eppure va sempre a segno.
Ho perso questo incontro lo so, non fa niente, vorrei solo che suonasse la campanella e potessi andarmene via, fare una doccia e concentrarmi sul prossimo, ma non succede, non suona mai.
Finalmente noto un particolare, chissà come mi era sfuggito, il gigante che ho difronte ha tatuato sul braccio sinistro un serpente nero, avvolto nelle sue spire e doppio come l’arto dell’uomo. Lo noto perché mi colpisce con quel sinistro ed ogni volta sembra che un bagliore, una scintilla di vita, brilli negli occhi del rettile, ad ogni colpo le spire si aprono poco, qualche millimetro come quelli che perdo mentre sprofondo.
L’animale alla fine si anima, si allunga dal braccio teso del mio avversario e si avviluppa intorno al mio corpo, mi stringe con la coda sul bacino e con tutto il corpo risale fino a che i suoi occhi non sono all’altezza dei miei. Lui sì, mi fissa mentre mi stritola, poco a poco, le sue pupille sono pozzi senza fondo, anima, vita ed io mi ci specchio.
Ho paura, lo vedo nei miei occhi riflessi nei suoi, ma non grido e non cerco più di divincolarmi dalla stretta.
Va bene così, lo accetto ormai.
Sto morendo e lo sto facendo sul ring, forse l’unico posto in cui ho trovato uno scopo ad una vita che non ne ha avuti altri.
Va bene così, sto morendo sul ring, l’unico posto che ho sentito casa, seppure per poco.
Va bene così, che questo cancro mi uccida in questo letto, anche questo è stato un ring.
Fine.



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