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Lettera a Paulie

  • 6 feb 2023
  • Tempo di lettura: 6 min

Caro Paulie,

sono stato da Harlette, il cafè di fronte il negozio di madame Chenale. Forse Harlette è l’ultima cosa di Parigi rimasta come ce la ricordiamo noi, il barista ancora non saluta e credo che avessi ragione tu, quando ti giri sputa nei caffè.

Comunque io di caffè non ne bevo più da tanto ormai, il dottore me li ha vietati insieme con le sigarette, il vino, il pane, la carne rossa e più o meno qualsiasi cosa mi faccia ricordare di essere stato un uomo e non questo vecchio che l’ulcera si sta portando via.

Non mi ha vietato le donne, ma credo sapesse che non ce ne fosse il bisogno. Ti dicevo di madame Chenale e immagino che adesso alzeresti gli occhi al cielo mentre te ne parlo, siamo vecchi mi diresti, troppo vecchi per innamorarci ancora. Mi diresti che la signora Chenale è troppo giovane, ma chiunque è troppo giovane per me ti risponderei.

Avresti ragione comunque vecchio mio, sono troppo vecchio per innamorarmi di una donna eppure non credo di esserlo per innamorarmi di un’idea. Sai, ho capito che è questo che mi rimane mentre aspetto l’ora che arrivi.

Allora mi metto lì, sulle vecchie sedie di vimini di Harlette e immagino come sarebbe conoscere madame Chenale, che voce abbia e di cosa si emozioni, se ascolta canzoni che sembrano ancora tali a queste orecchie, o rumori troppo nuovi per un cervello stanco.

Tranquillo amico mio, non ho intenzione nemmeno di affacciarmi nel negozio e fare finta che abbia bisogno di qualcosa e te lo dico perché sei sempre stato pragmatico e poco incline alla poesia. Avevi ragione tu comunque: si è più felici se si smette di pensare alle rose e ci si concentra sul pane, ma che posso dirti?

Ho barattato un po’ di infelicità per un buon profumo, seppur momentaneo.

Ecco, chissà di che profuma la signora Chenale. Ho immaginato l’odore dei gelsomini, ma solo perché mi trascinano in sentieri di bei ricordi, sulle rive di quel lago in Italia con Michelle o Marie o chissà chi.

Che vergogna amico mio non ricordarne nemmeno più i nomi, eppure ne ricordo il vestito leggero di cotone blu e gli occhi verdi come l’acqua vicino le sponde. Ricordo il sole e subito dopo la pioggia, ricordo di essere stato felice sia con l’uno che con l’altra.

Ricordo che quella sensazione è durata poco e già Michelle, o Marie, diventava una figura conosciuta, rassicurante e amorevole, una figura tremenda a pensarci bene.


Certo, non per te.

La tua Claudette era la donna più amorevole, rassicurante e mai incline al cambiamento che abbia conosciuto, no per te Paulie non ci sarebbe stata donna migliore nemmeno a volerla cercare tra gli angeli del Paradiso e infatti non c’è mai stata altra per te. Che invidia amico mio!

Che piacevole compagnia che sei stato, placido come l’acqua di quel lago, mai un lamento, un guizzo di noia o la ricerca di una futile scappatoia.

Io di scappatoie ne ho cercate tante e forse ne ho costruite di più, come il diavolo che fa le pentole e dimentica i coperchi ho lasciato solo tristezza dietro di me, mentre cercavo di scappare da me stesso e dalla vita, più che da Marie o Michelle, più che dai miei innumerevoli inutili lavori.


L’ho capito adesso, guardando la signora Chenale che innaffia i gerani fuori il negozio, ho capito il senso di questa vita in un lampo, ora che mi rimane poco per metterlo in pratica e così ho deciso di rimanere coerente con il me stesso di tutti questi anni e sono fuggito anche da questo senso, rifugiandomi nel sogno di un’altra possibilità di vita. Un’altra scappatoia mi dirai e perdio certo!, scappando a Nantes tra le ninfee con madame Chenale, come quello stronzo di Monet che per qualche motivo abbiamo sempre odiato.


A proposito di Dio, ho sognato il diavolo l’altra notte.

Non era l’essere caprino con le corna e le zanne come lo raccontava mia nonna quando ero piccolo, povera ingenua, era un signore della mia età, distinto e vestito di bianco con un bel panama calato sulla testa quasi calva. Capirai la mia sorpresa nel vederlo vestito di bianco e deve averla notata anche lui perché prima di farmi accomodare ad un tavolino sgangherato come questi di Harlette, si è dato una spolverata ai pantaloni e mi ha detto – ho sempre creduto che la versatilità di un abito bianco sia stata sottovalutata, davvero un peccato mortale –


Uno strano incipit per una conversazione con il diavolo mi dirai, ma non è forse più strano averla una conversazione del genere?

Mi ha offerto un pastis e l’ho mandato giù in un sorso, non credo che l’ulcera ne abbia risentito nel sonno e poi mi sembrava sconveniente rifiutare. Gli ho chiesto se fosse lì per me, se fossi già morto, sfido che non sia la prima domanda, seppur banale, che venga in mente a chiunque. Mi ha risposto – non ti preoccupare, mi sto solo riposando. Non ho impegni o affari da sbrigare –

Gli ho chiesto allora se davvero il diavolo potesse stancarsi – ah certo che sì! Forse sono davvero l’unico che ne ha diritto, di certo non ne ha Dio visto che questo è tutto un suo gioco e lui sì che si diverte. Per favore, da bravo, versami dell’altro pastis, odio questo caldo –

Mi sono permesso

di andare un pochino più in fondo alla questione mentre gli riempivo il bicchiere, immaginerai Paulie che occasione irrepetibile fosse parlare con una tale personalità.

Così gli ho chiesto se davvero odiasse il caldo – in una maniera indescrivibile. Per carità i primi tempi all’inferno mi ero anche acclimatato, avevo sempre trovato l’autunno infinito della Città Celeste un po’ stucchevole, ma sai Dio ama il foliage. Però caro mio, sfido chiunque a vivere in quella calura senza nemmeno un fiumiciattolo o uno stagno con acqua fresca dove potersi un momento ristorare ma devo ammettere che non ero lì certo in vacanza, anzi, per cui non potevo lamentarmi più di tanto.

Bè eravate in punizione, mio caro, mi sono permesso di dirgli – no, a lavoro –

Come? – Capisco il fraintendimento. Vedi questa convinzione che io mi sia ribellato e che nella più epica delle battaglie sia stato tirato giù da cielo fino al centro lavico della terra è, come dire, più una vostra fantasia che la realtà dei fatti. Abbiamo pensato che fosse più… si ecco, più carina come storia, che venisse bene a raccontarla nei secoli –

Capirai la mia incredulità Paulie, avevo letteralmente la mandibola spalancata, anche perché eravamo al quinto pastis e cominciavo a fare fatica a tenerla chiusa comunque – Guarda, te la faccio breve. Dio crea tutto e tutto fatto a puntino, è Dio che diamine ti sembra che qualcosa potesse nascere storta? Insomma crea tutto e per i primi tempi si bea di questa creazione, era felice povero diavolo come un bambino con dei giocattoli nuovi, ma che succede a dei giocattoli che cominciano a non essere poi così tanto nuovi e soprattutto rimangono perfetti? - mi chiede, ma non ne ho idea – succede che sono noiosi, per favore un altro bicchierino grazie, e così era dopo era le cose si fanno sempre più tristi per Lui e capisci che non è il tipo che può accettare questo tipo di sensazione. Così ci riuniamo tutti e cominciamo a chiederci cosa fare per rendere le cose un tantino più, sì più briose.

A quel punto mi viene in mente questa idea, così per scherzo per farci una risata tutti insieme, di inserire in tutta quella perfezione un pizzico di imperfezione. Una sbavatura leggera su una tela magnifica. Avresti dovuto vedere Uriele come se la rideva, quasi cadeva dalla sedia se non avesse avuto le ali.

Però a lui l’idea piace, eccome se gli piace. Mi da una pacca su una spalla, ho ancora il segno per inciso, e mi dice: bravo Samaele, ottima idea. Da oggi questo sarà il tuo compito, vai e sussurra alle loro orecchie le tue piccole imperfezioni e mi raccomando sii creativo.

Ora, capisci che dopo un’eternità di creatività mi sarei anche un attimino stancato. Più che altro sento di aver finito le idee e poi voi siete diventati bravissimi, ormai non faccio altro che supervisionare perché sinceramente alcune cose non le avrei pensate mai nemmeno in milioni di vite – Poi mi saluta, alzandosi il cappello e se ne va.

Mi sono svegliato di soprassalto Paulie e sai la cosa più incredibile qual è stata?

C’era il pastis, le due dite ormai rimaste, sul tavolo della mia cucina.

Ora ti chiederei Paulie che cosa ne penseresti, se sono arrivato a quell’età per cui i sogni sono realtà e la realtà è un sogno e se infine sto davvero impazzendo.

Però la risposta forse la so, la sapevo anche prima di iniziare a scrivere al mio migliore amico, oggi che sono dieci anni che non c’è più.



Fine.


 
 
 

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