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Libera

  • 8 ott 2023
  • Tempo di lettura: 5 min

Nel silenzio assordante, la cenere della sigaretta che ancora brucia ronza insistente mentre consuma le ultime molecole di ossigeno che l’avvolgono, poi morta cade a terra sul pavimento immacolato. Il vapore dell’acqua ci avvolge entrambi in una nebbia artificiale, immobile.

Lei se ne sta sdraiata nella vasca, il collo piegato su una spalla, gli occhi chiusi e le punte dei capelli che galleggiano placide in assenza di corrente. Il colorito è ormai bianco, mentre un alone bluastro le contorna le labbra morbide, schiuse, leggermente spaccate lì dove era solita mordersele.

Il petto è immobile, non ha più bisogno di chiedere ossigeno all’aria.

Ho già avvertito la polizia, mi troveranno qui sul bordo della vasca da bagno accanto a lei, lo sguardo perso in un punto lontano oltre la finestra appannata.


Mi troveranno a fumare l’ultima sigaretta, questa volta davvero. Ha un sapore uguale a quello delle mille altre che mi hanno sempre accompagnato lungo questo pezzo di vita. Peccato, speravo sapesse di altro.


Non è cambiato niente nel frattempo, la lancetta dell’orologio ha continuato a ticchettare, di fuori, attutite, si sentono macchine passare e la televisione del vicino ancora gracchia.

Non è successo niente, non piove nemmeno.


Non è una storia lunga quella che mi ha portato dalla piccola cittadina in cui sono nato, circondato dall’amore benevolo di una famiglia per lo più borghese, forgiato da sensi di colpa mascherati da falsa compassione, a questa stanza, sul ciglio di una vasca da bagno troppo piena che si intiepidisce ad ogni giro di lancette.


Non la redenzione né l’abisso mi hanno portato da lì a qui, forse l’ossessione, quella sì.


Ho provato tante volte a lasciare andare quei pensieri, quell’idea della fine, di essere testimone del passaggio tra questo mondo e chissà che altro. Ho soffocato spesso l’istinto innaturale di sbandare a folle velocità con la macchina e attendere lo schianto per chiudere gli occhi su questa vita e riaprirli in qualcosa di altro, ma l’idea, l’ossessione, anche quando pressanti si sono scontrate con la realtà, la mia realtà: non ho il coraggio.

Non l’ho mai avuto e non l’avrò mai. Una conclusione cui mio malgrado mi sono trovato a fare i conti il giorno, simile a questo, in cui guardavo molto più in basso, sull’asfalto, con i piedi in bilico sul cornicione di una finestra anonima.


Ho provato anche la terapia, sedute e sedute a parlare di come mi sentissi, di cosa provassi in quei momenti e prescrizioni su prescrizioni di antidepressivi che non ho mai preso. Non sono depresso, non vedo tutto nero e capisco anche che ci sia un senso nella vita, non ritengo nemmeno che non valga la pena viverla, ma quell’idea del dopo, del fermare il tempo e vedere che succede, quella non sono riuscito a dimenticarla.


Ho trovato la soluzione non molto tempo fa a dire la verità, non avevo il coraggio di affrontare il passo in prima persona ma potevo benissimo consigliare a qualcuno il come e il quando, mi bastava trovare la persona giusta che avesse già quel pensiero di per sé.

Una cosa che vi stupirà, forse, è la quantità di persone che più o meno ogni giorno in questa grande città si riuniscono tutte insieme per parlare a turno, in un cerchio, dei loro lutti, dei dispiaceri e delle cattiveria di una vita indifferente che non riescono più a fuggire, come imprigionati nella loro testa da catene fatte di lacrime ed urla.


Ho iniziato anche io a frequentare quei gruppi con una storia sempre diversa, a legare con quelle persone che cercavano in fondo solo una via di fuga. Ho sussurrato loro nelle orecchie le parole giuste, come un antico consigliere di corte, ho piantato nelle loro teste l’idea che potessero finalmente liberarsi da quelle catene, contro il parere di medici e conoscenti che non capivano la portata dell’abisso cui si affacciavano, cui ci affacciamo tutti i giorni.

La prima volta che ho saputo della morte di una di quelle persone cui così profondamente mi dedicavo ho smesso di sentire l’inutilità del mio essere, ho percepito la rilassatezza del giusto, del lavoro compiuto, del campo finalmente coltivato e dei frutti sulla tavola. Da lì in poi è stata una missione di tutti i giorni, a tutte le ore disponibile per parlare, condividere e piangere con qualcuno che aveva solo bisogno di una spinta, del poco coraggio di un pavido per liberarsi.


Come tutto però in questa strana vita anche quel senso di utilità, di pienezza è svanito da un momento all’altro. Acquisita quella consapevolezza non potevo più fermarmi solo alle parole, non potevo più essere una guida invisibile verso un cammino che volevo sperimentare io stesso, dovevo essere presente nel momento, dovevo vedere con i miei occhi cosa succede quando il corpo si spegne e il cuore smette di battere, dovevo respirare l’ultimo respiro per farne finalmente parte.


Ho capito di avere Dio, o un dio, dalla mia parte il giorno che ho incontrato lei. Lei così fragile, foglia attaccata al ramo solo per una piccola parte, che sembra dover cadere a terra con le altre ad ogni minimo soffio di vento e che era rimasta appesa chissà come per tutto questo tempo nella suspense infinita di un epilogo scontato, eppure irraggiungibile.


Lei che la vita aveva spremuto in tutti i modi che conosce da quando non era più alta di un metro, lei picchiata, vessata, rifiutata, stuprata. Lei senza più luce negli occhi che provava a rimanere aggrappata alla riva nonostante la corrente incessante, indifferente.

Lei che ha trovato in me finalmente un volto accogliente, amico, una parola che non fosse giudizio o critica, una dolcezza di sentimenti verso i quali si trovava spaesata, immobile e con gli occhi sbarrati come un animale sul ciglio della strada che viene abbagliato in un attimo che non si aspetta. Lei che inizialmente non capiva la libertà che volevo offrirle, non capiva il senso di tutta quella fatica e sofferenza se non c’era altra vita da vivere se non quella che aveva già vissuto e che non sarebbe stata mai altra. Si rifiutava di accettare l’ineluttabilità della verità che mi ostinavo a raccontarle nel desiderio di vederla finalmente libera e in pace.


Fino ad oggi.


Mi aspettava a casa, aveva bevuto un po’ di liquore scadente per darsi coraggio e aveva voluto farlo lì, nella vasca da bagno avvolta da una coperta di acqua bollente. Si era spogliata e aveva chiuso gli occhi, non c’è stato bisogno di alcuna parola.


Nel silenzio sacro del rituale che stavamo per compiere le ho preso il braccio, già martoriato da cicatrici di tagli inesperti e con il bisturi ho inciso la pelle d’alabastro in profondità dal polso quasi fino alla piega del gomito. Si è morsa le labbra per il dolore in quell’istante e poi ha lasciato che l’acqua si colorasse del sangue che copioso si riversava su di essa. Il sangue e il suo ultimo abbraccio con la materia inconsistente di cui siamo fatti e che ci circonda.

  • Mi gira la testa – mi dice.

  • È normale, non preoccuparti – le rispondo.

  • Ho paura –

  • È normale anche questo, ma sta per passare. Non avrai paura più, mai più. Te lo prometto –

  • Grazie –

Non so quanto tempo sia passato da quel momento a quello in cui è svenuta, scivolando un po’ nella vasca, né quanto ne sia passato prima che finalmente smettesse di respirare.

Io sono rimasto lì a fissarla immobile nell’attesa che succedesse qualcosa, che sentissi un’emozione nuova e inspiegabile. Mi aspettavo che il tempo si fermasse, che vedessi forse la sua anima lasciare il corpo, che si facesse freddo tutt’intorno o che almeno per poco, anche solo un instante, il buio ci avvolgesse.


Aspettavo una sensazione che fosse un orgasmo, eppure nulla, la vita al di fuori di lei e di me ha continuato imperterrita ad essere, semplicemente.

Devo aver sbagliato qualcosa, ma adesso è tardi, loro sono qui e chissà tra quanto potrò di nuovo aiutare qualcuno ad essere finalmente libero.

Fine

 
 
 

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