Monopoli
- 21 apr 2022
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La pioggia ticchettava sul tetto del furgone, lamentandosi in scrosci quando il vento vuotava le nuvole come secchi di lavandaie.
Era giorno di mercato in quella cittadina grigia della pietra che avevano usato per tirare sui muri delle case, piccole ma accoglienti, e steso nell’acciottolato delle strade, piccole e scomode, lì al centro della Camargue.
Era giorno di mercato, ma il padre di Samir e Ahmed non sarebbe stato contento da lì a qualche ora tornando a casa. Pochi infatti con quel tempo avrebbero lasciato il caldo tiepido dei camini per un po' di frutta e verdura.
La possibile infelicità del padre non era comunque fonte di preoccupazione per i due che avevano prontamente steso sul pianale del furgone il grande foglio di carta su cui avevano disegnato il percorso del gioco del Monopoli, così come lo avevano visto al negozio di Madame Chenal.
Il padre non aveva voluto comprarlo, ma l'idea di poter essere ricchi signori che comprano terre; case; alberghi e società dell'acqua non poteva essere certo fermata da un semplice no. Troppe poche lettere per costringere la fantasia di due bambini a fare dietro front.
Così avevano ricreato le varie cartelle dove far passare un pezzo di ferro a forma di tubicino ed un tappo di sughero, personificazione dei due fratelli che si muovevano tra Vicolo Corto e Vicolo Stretto. Avevano disegnato e colorato tutte le banconote custodite nella scatola delle scarpe che fungeva da banca ed infine inventato imprevisti e possibilità utilizzando molta più fantasia di quanta ne avevano spremuta lì alla Hasbro.
Samir era il più grande e tirava i dati per primo, perché a che serve essere nato prima altrimenti?
Tirò troppo forte però ed uno dei due dati rimbalzò con violenza sulle scatole di legno accatastate nel furgone finendo per rotolare fuori, galleggiando alla deriva in una pozza d’acqua sotto il pianale alla mercé delle gocce che piovevano dal cielo.
I due bambini decisero di continuare con un dado solo e di non perdere tempo prezioso nel recuperare l'altro.
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Charles Darrow si ritrovò a tenere salda la stretta sulla plastica resa scivolosa dall'acqua che sembrava rivestire tutto come una patina indefinibile. A fatica cercò di tirarsi su, in una posizione più stabile, stretto nel vestito che ricordava di aver appena comprato dal suo sarto preferito a New York e che ora gli sembrava il più grande impedimento a salvarsi la vita.
Buffo come una cosa che amava così tanto diveniva tutto d’un tratto un pericolo consistente.
Il pancione prominente poi non rendeva di certo la scalata meno ardua, ma Charles Darrow non era tipo da lasciarsi intimidire e per quanto non sapesse, né ricordasse, come fosse finito in quella situazione di certo si sarebbe cavato d'impaccio.
La sua storia era lì a dimostrarlo: niente poteva fermarlo.
Riuscì a recuperare una sorta di stabilità, quella del naufrago sulla zattera ed ansimando poté finalmente concentrarsi sul problema principale di quella sua matta giornata che come tutte era iniziata con una colazione abbondante a Madison Avenue.
Pioveva, di questo era sicuro.
Non riconosceva ciò che lo circondava, anzi tutt'intorno gli sembrava di essere circondato da costruzioni ed ombre gigantesche, come se fosse diventato lui una creatura microscopica.
Una formica in bilico su di una foglia trascinata dalla pioggia.
Diede un’occhiata alla zattera su cui aveva trovato rifugio e si accorse che era perlacea, liscia e dura al tatto, scavata al centro dove stava un grosso cerchio nero. A guardarla dall'alto si sarebbe detto che fosse simile alla faccia di un dado d’avorio, di quelli che si usano per giocare tra amici.
Di fianco, a fargli ombra da un sole comunque nascosto dalle nuvole nere, stava dritto come un fuso un gigante il cui piede era almeno cento volte le dimensioni di Charles.
L'americano non si scompose, anzi si stirò un po' il vestito fracido e sorridendo si disse:
“Ah! Bè Charles stai dormendo e questo è il tuo sogno… vediamo un po' che cosa vuole dirci!”
Credeva molto nei sogni e nei messaggi che vi si potevano nascondere o, per meglio dire, credeva molto in sé stesso e nella brillantezza del suo subconscio.
La definiva la sua arma in più: quella sua gran testa irrimediabilmente calva.
Continuò a guardarsi intorno accorgendosi di una strana automobile, poco distante da lui e dal gigante, da cui provenivano voci di bambini. Sembravano divertirsi, nonostante la lingua fosse incomprensibile per Charles.
Decise allora di provare ad andare a vedere, in fondo era in un sogno e non poteva certo morirci dentro.
La pioggia aveva smesso di cadere impietosa e la grossa pozza che a Charles sembrava un lago se ne stava ora placida, quasi limpida, a pochi centimetri dai suoi piedi in equilibrio precario sulla dadozattera.
Si tuffò allora e nuotando sul dorso raggiunse una delle enormi ruote che sostenevano quel trabiccolo mostruoso e fuori scala. La fortuna volle che un ramo, strappato dall’albero dalla forza del vento, fosse rimasto incastrato sotto il veicolo a mo’ di scala che conduceva direttamente al pianale da dove provenivano le voci, ora più nitide ma comunque incomprensibili.
La scalata non fu facile per Charles, già duramente messo alla prova dalla nuotata. Il cuore rimbombava nel petto arrivando a martellare le orecchie ad ogni sistole, mentre il fiato si faceva sempre più corto ed ogni respiro doloroso.
Un passo dopo l’altro, un respiro dopo l’atro condussero però l’inventore di giochi, come scherzosamente lo chiamavano gli amici più intimi, in cima a quella montagna dalla forma di un legnetto.
Davanti a lui, mentre piano cuore e polmoni riprendevano i ritmi normali, stavano i bambini più grandi che avesse mai visto, alti e imponenti come i grattacieli delle città. Li vide lanciare un dado e muovere delle pedine su di un foglio di carta, per lui grande come un campo da football, rozzamente disegnato a formare un cerchio su cui un pezzo di ferro ed un tappo di sughero avanzavano lentamente tra le grida di giubilo di uno ed il dispiacere dell’altro.
Charles non ci mise molto a capire di cosa si trattasse: era il suo gioco!
Certo: una versione fatta in casa e più rozza di quella che aveva sviluppato lui, ma sicuramente fedele nell’idea e altrettanto efficace nell’assicurare il divertimento dovuto, almeno a giudicare dalla voce dei bambini giganti.
Si ritrovò a camminare sopra quelle linee tracciate sbilenche, attento a non farsi notare troppo, per non fare la fine della formica schiacciata inavvertitamente.
Mentre passeggiava così, come se fosse al parco, si sentì dapprima fiero di quello che sicuramente era stato il più grande trionfo della sua vita: creare qualcosa che potesse accumunare nel divertimento tutti i bambini, e non solo, da qualsiasi posto venissero e qualsiasi lingua parlassero. Gli era sempre sembrato di essere riuscito ad inscatolare il sogno americano e di non aver mai ricevuto il rispetto che questo avrebbe dovuto portargli.
Ora però, mentre metteva un piede zuppo dietro l’altro, gli rivennero in mente le parole che Magie Phillips gli disse dopo l’ultimo processo quando lui, tronfio del successo, volle stringerle la mano in una sorta di ultima umiliazione.
Ricordò anche lo sguardo tremendo dell’algida donna mentre gli diceva:
“Crederai di essere un grande inventore ora che legalmente hai potuto mettere il tuo nome su questo gioco cui hai cambiato l’intestazione, ma non è così! Si giocava a questo gioco già molto prima che tu nascessi e ci giocheranno molto dopo che te ne sarai andato e credimi: nessuno saprà mai il tuo nome! Ognuno lo chiamerà come vorrà e di te non rimarrà che questo atto notarile che, mio caro, non ti certifica come inventore, ti dà la patente di ladro!”
Come uno squalo di cui si avverte solo la presenza nella profondità dell’oceano, ma del quale non si riesce a vedere la sagoma dalla superficie, quel pensiero aveva continuato a nuotare nascosto nell’oscurità della sua mente, riaffacciandosi di tanto in tanto. A sorpresa, intruso petulante.
Capì allora il significato di quel sogno in cui i bambini, che avrebbero dovuto vederlo come un gigante mentre si divertivano con un gioco che portava il nome che lui aveva pensato di dargli, in realtà non si accorgevano di lui e lui stesso, dopo tutta la fatica che aveva fatto per arrivare fin lì, non faceva altro che sentirsi minuscolo.
Un impostore a disagio in casa propria.
Stremato si lasciò cadere.
Come se il destino volesse, beffardo, fargli un ultimo scherzo si ritrovò seduto e disperato sull’unica casella in quel foglio che portava una dicitura nella sua lingua: PRISON.
A quel punto desiderò di svegliarsi presto dal peggior incubo della sua vita: la vita stessa.
Fine.



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