IL PRINCIPE STRANIERO
- 5 gen 2022
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Alexandra Bulgakov, figlia di uno dei più fidati consiglieri dello Zar Nicola, era la donna più bella dell’impero. Se lo zar non fosse stato sposato, e un matrimonio non valesse così tanto nell’economia di una corona, Alexandra sarebbe diventata zarina di tutte le Russie, ma non era a questo cui pensava, mentre si dirigeva a bordo della carrozza verso il Palazzo d’Inverno.
Era il giorno del compleanno dello zar e tutta la nobiltà del paese si sarebbe riunita nella maestosa residenza imperiale per festeggiare l’imperatore.
Alexandra era elettrizzata, le piaceva l’atmosfera da favola dei balli, la corte spietata che ognuno di quegli uomini le avrebbe fatto, lo sguardo invidioso delle altre invitate.
Quella sera indossava un abito di broccato nero con delle sfumature color mogano, la cascata di capelli bionda cadeva sulle spalline come oro fuso, lucente sotto i bagliori delle mille lampade. Gli occhi dello stesso colore del cielo, di giorno quando il sole sbatte sul ghiaccio ai bordi delle strade, non portavano i segni della notte passata in bianco, ad immaginare il ballo.
Alexandra e la sua famiglia vennero annunciate, si inchinarono di fronte la famiglia reale, quindi presero parte alla festa.
Tutto era esattamente come lei aveva sempre sognato.
Conosceva i nomi di ognuno degli invitati, così alti nelle gerarchie nel paese, che dimenticarne anche solo uno avrebbe causato vergogna non tanto per lei, ma di riflesso per la famiglia complice di un’istruzione non adeguata.
Eppure c’era un uomo, dai capelli scuri ed i tratti sfuggenti, che lei non aveva mai visto. Un principe straniero, fu tutto quello che riuscì a sapere sull’identità di quell’uomo, così magnetico, nonostante la semplicità del vestito nero che indossava, da far impallidire lo zar coperto di oro e diamanti.
Alexandra fece caso a quell’uomo solo per un momento, poi la girandola di balli e pretendenti prese il sopravvento, regalandole quell’emozione vertiginosa nell’attesa della quale viveva, in pratica, tutto l’anno.
Fu nel momento clou della serata, quando l’orchestra iniziò a suonare il valzer viennese, che lei si trovò di fronte il principe, con la mano tesa ed un sorriso da cui bianchi si intravedevano i denti d’alabastro. Le chiese di ballare e lei si sentì attirata come se una calamita spingesse il ferro che aveva nel sangue tra le braccia di quell’uomo.
- Chi siete? – gli chiese mentre volteggiava al centro della sala, curiosa e già innamorata, come solo una ragazza di nemmeno sedici anni sa essere.
- Sono un principe, mia cara – le rispose lui – ma di un regno che non potete conoscere –
- È così lontano? –

- No, a volte è più vicino di quello che si crede – le disse, quasi pensieroso, ma sempre sorridente.
Ballava con la grazia di un angelo e la stringeva saldamente, senza però usare la forza, tenendo il corpo di lei lontano quel tanto che bastava ad evitare uno scandalo, ma abbastanza vicino perché lei potesse sentirne il profumo ipnotico.
- Parlatemi di voi principe – gli disse, con quell’aria di finta implorazione con cui avrebbe costretto un uomo a fare qualsiasi cosa – lasciate che vi conosca meglio-
- Io sono figlio di una ribellione, di un atto violento non necessario, ma che ha dato senso a tutta una vita, a tutto il mondo se vogliamo. Sono l’esempio della volontà e dell’orgoglio, figlio di un perdono inestimabile che rifiuto costantemente, ogni momento. Io sono la ribellione, la rivoluzione –
- Non vi capisco principe –
- No mia cara, dubito che potresti. Ma non devi capirmi con la ragione, prova a sentire quello che sono. Il desiderio di andare contro le regole, la necessità dell’affermazione di sé, la voglia di superare i limiti. Sono il desiderio che ti ha acceso le gote quando mi hai visto la prima volta; la paura che hai provato quella sera, di nascosto da tuo padre e la tua famiglia, nel retro delle stalle con il giovane stalliere. Sono la vertigine della tentazione e il piacere, amaro, che si prova nell’abbandonarsi ad essa.
- Sembrate quasi un demone – le disse lei allora, con un sorriso a voler solleticare l’ego di quell’uomo, ma lui non sorrideva più.
- Lo sono, un demone. Il principe di tutti loro –
- Siete… il diavolo? – rispose allora Alexandra, intimorita dalla figura caprina che aveva visto nei libri illustrati dei suoi precettori – Non sembrate il diavolo, principe. Non prendetevi gioco di me! –
- Il più grande degli sconfitti, la piena essenza della perdita. Il baratro dove si rifugia chi non è all’altezza. No, mia cara, non sono l’essere cornuto che puzza di zolfo mentre bestemmia Dio e inveisce sui peccatori armato di forcone. Quella è solo la vostra idea, una figura come un’altra che vi metta paura. Eppure non è la paura quella che cerco, né l’ho mai cercata. Mi sono ribellato ad un ordine precostituito che trovavo ingiusto, io che brillavo come mille soli e valevo come uno qualsiasi degli angeli minori, nelle schiere infinte.
Quella ribellione è stata tutta la mia vita, tutto quello che sono è un atto di rivoluzione: la decisione di rovinare la bellezza, di renderla vera coprendola con il fango.
Io: un atto di egoismo, se vuoi, di autoaffermazione.
Ma ho scoperto l’errore che è stata la mia vita ben presto, prima ancora della caduta e dell’esilio. Nel momento in cui ho voluto la ribellione ne ho visto il limite, la schiavitù cui mi costringevo, mentre credevo di rompere le catene -
Alexandra non capiva davvero ciò che il principe le diceva, ma il tono con cui lo faceva e il modo in cui percepiva la vertigine di quello che lui doveva aver provato, come se stesse guardando insieme a lui l’abisso sotto di loro, la teneva ancora al petto senza cuore dell’uomo che la stringeva.
Non ne aveva paura, voleva che non smettesse mai di parlarle.
- Perché allora siete andato avanti, perché non avete scelto la pace? –
- Perché la pace sarebbe stata una sconfitta ancora peggiore. Ammettere di non valere il prezzo di quella ribellione mi avrebbe messo difronte la verità: ero davvero uguale ad ognuno di quegli angeli che avevo affianco.
Non potevo permettere a me stesso di affrontare quella verità, non potevo e non posso essere uno dei tanti. Allora ho portato avanti una guerra che so già di perdere, senza illusioni su un futuro che non ho, ma non per questo mi sono tirato indietro, né ho combattuto meno strenuamente. Ho scelto l’altro lato e la condanna che ne deriva, per poter essere sempre il diavolo, l’angelo che ha sfidato Dio, per avere uno posto che fosse solo mio, anche se quel posto è maledetto –
- Perché sei qui ora? Perché balli con me? –
- Alza la testa Alexandra, guarda quell’orologio appeso al soffitto, su cui sta quella gabbia per quel piccolo uccellino, lo vedi? –
- Sì –
- Questa è l’alba della mia ultima offensiva, forse più grandiosa della ribellione stessa. L’uomo è pronto per sfogare tutta la malvagità che lo riempie, scegliendo il male come via più semplice e beandosi della distruzione. Quando smetteremo di danzare, alza lo sguardo. L’uccellino non volerà più e le lancette non segneranno più l’ora sull’orologio, fermo.
A quel punto saprai che il mio tempo è arrivato –
Disse così e l’orchestra smise di suonare il valzer.
Tutti si voltarono ad applaudire i musicisti e quando Alexandra tornò a guardare dove credeva avrebbe trovato il principe si accorse che era sparito.
Allora alzò lo sguardo.
L’orologio era fermo e l’uccellino non volava più.
Pochi mesi dopo il palazzo d’inverno venne preso dalle forze bolsceviche ed il mondo si preparava ad andare incontro al baratro.
Fine.



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