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La bellezza

  • 6 mar 2022
  • Tempo di lettura: 5 min




Il maestro, così lo chiamavano in paese, stava sempre seduto su una vecchia sedia sgualcita del bar al centro della piazza, anch’essa sgualcita dal tempo e dall’incuria, di un paese anch’esso sgualcito, dal disinteresse di tutti.

Il maestro, così chiamavano quel vecchio, che maestro non era mai stato, almeno non in una scuola circondato da scolari, sgualcito invece non era, e forse era l’unico. Se ne stava seduto tutti i pomeriggi, dopo pranzo d’inverno, poco dopo le cinque d’estate, con un bicchiere d’amaro che non finiva mai, con gli occhi chiusi e i raggi di sole a lambirli sotto un panama che doveva essere stato bianco appena comprato e che ultimamente, negli ultimi venti o trent’anni a dire la verità, era diventato color sabbia o beige, comunque vecchio, un po’ liso, quello sì sgualcito dal tempo.


Chi fosse il maestro, o che facesse prima di passare i pomeriggi seduto su quella sedia al centro del paese, non l’ho mai saputo, eppure ricordo di averlo chiesto a mia madre eppure la risposta non la trovo più, insieme con tutte le altre cose che aveva provato a dirmi, a insegnarmi, e che non ho mai davvero ascoltato. Credo che in fondo la vita sia un po’ così, quando inizi davvero ad ascoltare non c’è più nessuno che voglia dirti davvero qualcosa.

Il maestro comunque di cose ne diceva poche, forse una sola, che poi era una domanda che faceva ad occhi chiusi, forse al vento più che a noi, e la diceva solo se interpellato, e se interpellato con insistenza.

“ Hai trovato la bellezza?”

Niente di più, niente di meno. E forse era per questo che avevano finito per chiamarlo “maestro”, per quel suo atteggiamento distaccato, sornione, come di chi aveva vissuto cento vite e adesso si riposava, solo un attimo, per un po’ al sole, prima di ripartire alla ricerca della verità; del Santo Graal; o di qualsiasi cosa un maestro cercasse nella vita.

Io, di certo non lo so.

Ogni volta che lo vedevo, e adesso che ci ripenso, lo immaginavo come il vecchio de “il vecchio e il mare”, perché è l’unico libro che ho mai letto fino alla fine. Forse semplicemente perché sembrava più anziano di quello che fosse, forse perché i nonni non li ho mai visti e non sapevo come immaginare una persona anziana. Però il maestro di sicuro non faceva il pescatore e non so se il mare l’abbia mai visto. Dal paese il mare non si vede nemmeno dal vecchio castello, che poi è il punto più alto, ed è troppo lontano per andarci a piedi o con l’autobus sgangherato che ti porta solo a Roma, non più lontano.

Io il mare l’ho visto da grande, quando ho potuto prendere la patente e avevo messo abbastanza soldi da parte per riparare la Vespa, ma il maestro la Vespa non l’aveva e di sicuro non guidava.

È strano che abbia sempre pensato al mare quando pensavo al maestro, o forse non lo è. Ho ripensato a lui stasera, mentre bevo un bicchiere di vino e fumo una sigaretta al suono di un vecchio disco di De André, anche lui canta di un vecchio pescatore che se ne sta al sole, sornione come il “mio” di pescatore, che pescatore non era.

Ti chiedeva se avevi trovato la bellezza e poi non parlava più, aspettava la risposta. Ricordo che una volta uno dei ragazzi della piazza, con la spavalderia dell’essere il primo del gruppo che ha conosciuto una donna, gli rispose che sì l’aveva trovata la bellezza e stava proprio tra le cosce di Patrizia.

Ricordo che il vecchio non rispose e il ragazzo se ne andò scrollando le spalle, tra le risate e le pacche dei compagni.

Per un periodo ho pensato anche io che la bellezza si trovasse proprio lì, tra le cosce di Maria, poi tra quelle di Anna, poi ho smesso di ricordare i nomi e quindi le cosce e ho smesso di cercare lì la bellezza. Per un periodo ho smesso anche di cercarla, di pensarci.

A Maggio al paese c’era la festa del Santo, una scusa per avere un minuto di preghiera e un giorno di vino a buon mercato dalla mattina. M’appoggiai sulla sedia affianco al maestro, non facendo nemmeno caso al fatto che fosse lì, era sempre lì, ma mi girava la testa e volevo vomitare.

“Hai trovato la bellezza?”


“Sì è proprio qua in fondo” – gli dissi mostrando un bicchiere ormai vuoto.

Non rispose e per un po’ pensai davvero che la bellezza fosse in fondo ad un bicchiere e rispetto alle donne devo dire che ho cercato molto in fondo a quei bicchieri, uno dopo l’altro, anche la mattina appena sveglio. Mi dicevo che la bellezza era quel bruciore in gola misto al sapore di merda della notte, o della mattina a seconda delle giornate. Ancora oggi che non bevo più come prima, come un vigliacco spaventato dal sangue che ho vomitato una mattina di qualche anno fa, ancora oggi guardo una bottiglia di rhum e penso di cercare un altro po’. Eppure lo so, lo so che la bellezza non è lì.

Credo che sia sempre stata colpa mia alla fine, di averla sempre cercata nel posto sbagliato: nelle risse, nel vomito, nella droga, nell’amore non ricambiato, nelle scenate di gelosia o di possesso, in una macchina nuova, nel correre con la moto appena comprata, nel trovare un lavoro e poi nel lasciarlo, nel vivere per strada e poi invece nel vivere in albergo.

Pensavo di aver trovato la bellezza tra le strade di Parigi, sotto la pioggia sottile che cade dai tetti sempre grigi, pensavo di averla trovata nelle strade che salgono lente verso Montmartre e poi scendono a perdifiato fino a Pigalle. Ma le strade alla fine erano solo strade, i tetti solo tetti e la pioggia, bè avete capito.

Allora pensavo di averla trovata al sole di Oporto, nei vicoli che dall’alto guardano il Douro alla sinistra del ponte di ferro, nella lentezza dei camerieri dei locali dietro le cantine del porto. Pensavo di averla trovata nel delirio di Sao Joao.

Non era nemmeno lì, non era a Londra né a Roma, non era nell’odore di mare del porto di Napoli, né al freddo di Vienna d’inverno.

Non era nei musei, nei quadri di Caravaggio, nelle chiese o nelle omelie dei preti stanchi.

Non era nella carità, né nelle sigarette smezzate con i mendicanti, non era sulle barelle degli ospedali.

Non era in lungo e in largo, nemmeno nelle risate con gli amici.

Non era in mio padre, non era in mia madre.

Sono tornato in paese qualche mese fa, mia madre e mio padre, che avevano vissuto tutta la vita insieme erano anche morti insieme, la vecchia panda li aveva traditi sul pendio di una collina in un giorno di primavera, ribaltandosi e facendoli addormentare all’istante. Sono tornato in paese e insieme alla casa vuota ho trovato anche la sedia di fronte il bar in piazza vuota.

Chissà quando, anche il maestro si era stancato di quell’abitudine.

Se ne stava qualche metro più in là rispetto ai miei, ancora con gli occhi chiusi e chissà se insieme al corpo, magari affianco o direttamente sulla testa, avevano sotterrato anche il panama liso.

Proprio sotto il nome e le date, finalmente incisa nella pietra, si trovava la risposta alla sua domanda.

“Era tutto questo”.

Allora ho capito: la bellezza era in tutto questo: in mia madre e mio padre, nei giochi in piazza da bambino, nei bicchieri finiti e nel vomito agli angoli delle strade, tra le cosce e le braccia di Patrizia, a Parigi sotto la pioggia, al freddo di Vienna e al sole di Oporto, nella lentezza dei camerieri e nelle sigarette smezzate con i mendicanti, nelle barelle nei pronti soccorso, nelle risate con gli amici, nei quadri di Caravaggio e nelle chiese di Roma.

C’è stata bellezza in tutto questo e senza gli occhi chiusi del maestro non l’avrei mai vista.




Fine.

 
 
 

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