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La filosofia dei biscotti

  • 20 gen 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

LA FILOSOFIA DEI BISCOTTI



Non andavamo spesso a trovare nonna Catherine a Parigi, anche se da Lione non è che ci voglia tutto questo tempo. Non ci andavamo, quando eravamo più piccoli, perché molto semplicemente mamma e papà non ci accompagnavano, troppo presi dal lavoro e dalla routine.

Non ci andiamo oggi, che mamma e papà siamo noi, perché abbiamo lo stesso problema che avevano mamma e papà quando toccava a loro.

Insomma, avrei voluto andare a trovare nonna Catherine più spesso sia da piccolo che da grande, ma il tempo è passato e l’occasione l’ho persa e forse racconto questa cosa adesso, nel giorno in cui tutti insieme le diamo l’ultimo saluto, per non lasciare che anche questo momento voli via, nel fondo del lavandino, come diceva lei.


Questa storia, quella del fondo del lavandino, è proprio quella che voglio raccontare, perché ci sono molto legato e perché descrive bene, secondo me, che tipo era nonna Catherine.

Lei è stata una di quelle persone che, per tutta una serie di strane coincidenze, è riuscita a conoscere almeno una delle grandi personalità di cui troviamo le biografie nei libri. Ad esempio nonna Catherine aveva conosciuto Picasso, nello studio di Gertrude Stein, perché portata lì da uno scrittore, di cui però si sono perse le tracce, nel vero senso della parola.

Ecco, questa cosa di Picasso me la ricordo bene e vi giuro non sto divagando, perché è necessaria per raccontare la storia del fondo del lavandino.

- Sai – mi diceva – ho conosciuto Pablo in quello studio e ci siamo subito presi in simpatia, sarà che ero davvero una bella ragazza – aggiungeva ridendo – e a quello spagnolo piacevano parecchio le belle ragazze.

La cosa divertente, di aver conosciuto Picasso, è che ha voluto dipingermi, perché si era innamorato, mi disse. Il quadro lo fece davvero ed oggi è al Museo d’Orsay, ma anche se ci vai e vedi il quadro, non diresti mai: guarda c’è nonna Catherine in quella cornice!.

Non lo diresti perché Pablo disegnava così e alla fine non si capisce mai quale persona sia dipinta davvero. Potevo essere io, come poteva essere quell’altra brunetta, un po’ oca per la verità, con cui usciva. Ma lui ti diceva che eri tu, e tu ci credevi.


Però stammi a sentire, se potessi tornare indietro non mi farei più dipingere dallo spagnolo, eh no. Mi farei dipingere dall’italiano, perché è vero che ti allunga il collo e sembri una giraffa, ma almeno puoi vedere se sei davvero tu, o un’altra delle amanti –

Mi diceva così, facendomi una lezione di storia dell’arte che non avrei sicuramente potuto seguire in nessun’altra aula, che non fosse la cucina di nonna Catherine al civico 36 di Rue Lariston.

E mentre teneva questa sua lezione, sull’importanza per Picasso di creare un genere artistico che non lo facesse scoprire dalle amanti, immergeva i biscotti nel latte, contava fino a quattro e finalmente li metteva in bocca.

Il latte con i biscotti era il vizio della sera, come lo chiamava lei, ed era una parte fondamentale della giornata, perché mi diceva:

- Vedi tesoro, durante la giornata ci sono tutta una serie di discorsi che si devono fare, con le persone che hai vicino – immergeva un altro biscotto – però devi capire quando è il momento per farli.

Per esempio una brutta notizia va data insieme con il liquore, dopo il pranzo, perché le cattive notizie raffreddano il cuore e allora con l’alcol, caldo, si va in soccorso di questo povero muscolo. Le belle notizie, invece, si danno con il dolce, magari una bella torta alla crema, perché così la felicità si moltiplica e sembra di stare in paradiso –

- E con il latte e i biscotti? – le chiedevo allora io

- Con il latte e i biscotti si parla di filosofia mia cara – sorrideva e inzuppava un altro biscotto

- Come di filosofia? –


- Sì, perché vedi il latte con i biscotti non è altro che una metafora della vita. Gli uomini, e le donne, sono come i biscotti ed il latte è la vita. Ognuno di noi, quindi ognuno di questi biscotti, viene buttato nella vita da una mano che il biscotto non conosce e viene lasciato lì ad inzupparsi un po’, per un tempo che il biscotto non sa.

Però ognuno di questi fa del suo meglio per inzupparsi bene e soprattutto per non disunirsi e ammollarsi, per non diventare immangiabile. Ma per quanto il biscotto possa provarci, a volte la mano lo tiene troppo a fondo, o troppo tempo a testa in giù, e quello perde il senso del suo essere biscotto e si lascia andare.

Vedi, tutto quello che si stacca dai biscotti e rimane nel fondo della tazza è l’equivalente dei pezzi di umanità che perdiamo durante la vita: le cose che dimentichiamo; i grazie che non riusciamo a dire; il perdono che non sappiamo chiedere.

Tutte queste cose finiscono nel fondo del lavandino e nessuno se ne ricorda più. Alcuni biscotti si rompono tutti e finiscono tutti giù nel tubo, così come alcuni uomini”.


Mi disse così quella sera, forse perché era triste di essere stata dipinta da Picasso e non da Modigliani, ma io vi racconto questa storia per dire a lei che durante tutta l’inzuppata non si è mai rotta.

Nel lavandino, stavolta, non finirà niente.







Fine.

 
 
 

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