Pavor nocturnus
- 24 feb 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Solo un rumore secco, leggero , amplificato dall’eco di una montagna piena di neve: vuota.
Il legno si spezza, vecchio come quelle montagne e cede stanco al tempo, al vento, alla neve, al peso degli uomini che l'hanno calpestato inconsapevoli che avrebbe potuto mollare la presa. Che si sarebbe stufato prima o poi di essere passaggio e mai residenza, che forse nemmeno il legno, saggio vecchio e stanco, avrebbe accettato per sempre quella condizione.
E così si sente un crack, un rumore da nulla che fa tutta la differenza del mondo per lui, che non trova più appigli e scivola nel vuoto circondato solo dal bianco del cielo, sopra, dal bianco della neve, sotto, dal bianco della foschia di una mattina invernale, tutto intorno.
Si stende nell'aria mentre questa lo accompagna alla caduta, alla fine. Pensa che il volo sarà breve, e che l’impatto con la terra ghiacciata lo porti via in un attimo. Non urla nemmeno, non vale la pena disturbare la montagna per una morte.

Eppure la terra non arriva subito, si accorge che c’è tempo. Certo non si volta nell'aria, perché dovrebbe, l’aspetterà di schiena come si fa con i traditori. Pensa al legno, che si è spezzato, al piede che non è riuscito a coprire la distanza, al braccio che non ha saputo appigliarsi.
Legno, piede, braccio: i congiurati.
Una mattina d'inverno: il mandate.
Fa questi pensieri per ingannare il tempo eppure questo non s'inganna, aspetta. Si ferma a guardarlo mentre l'aria lo culla, come fa con le piume e le foglie morte d’autunno.
La terra è vicina, lo sente.
Chiude gli occhi: ecco l'impatto. Trattiene il fiato, ci siamo.
No, ancora no.
Sospeso.
Forse l’ultimo pensiero non può essere questo, forse l'aria aspetta una fine che sia degna, un'ultima frase che lo accompagni al dopo. Allora pensa al dopo, che c’è dopo?

Non lo sa, magari campi verdi e pace come promettono alcune storie, magari fuoco e fiamme come promettono invece altre. Ma che importa del dopo? Poteva andare diversamente, certo, ma è tardi e già che è sdraiato nell’aria non può sperare di cambiare il dopo, né il prima.
Si sforza di trovare un pensiero che abbia un senso, che sia conclusione della vita, ma ha avuto una vita che non si è scostata mai dal placido andare di un giorno con l'altro. Senza sosta e singulti che fossero rabbia, amore, odio, gioia, felicità, disperazione.
È stata questa allora la mia vita? Pensa dimentico dell'aria, della terra, del legno traditore.
Alzerebbe le spalle, dicendosi che ha tempo se non fosse quel giorno e quel momento. Tempo non ne ha, o forse sì, vista la sospensione.
Allora l'idea: recuperare tutto. Prima di cadere, prima di andarsene.
Si mette a ridere, forte da sentire dolore alla bocca dello stomaco, tanto da lacrimare e tirare su con il naso. Poi piange, incontrollabile mentre le lacrime gelano all'aria e si frammentato in cristalli che cadono, frecce di ghiaccio che lo precedono a terra.
Quindi odia, con tutto se stesso, impreca contro un nessuno che incolpa di tutto: dal male che c’è nel mondo fino alla crepa nel legno che gli ha tolto la vita.
Infine ama, gli occhi brillano e le labbra sorridono di nascosto perché si vergognano di essere così felici, così maledettamente felici. Eppure il cuore batte più forte e allarga il sorriso, perché che importa della vergogna se si può stare così.
Adesso ho vissuto, si dice e finalmente le spalle toccano terra.
Fine.



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