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SPERO SOLO DI PERDERE

  • 12 gen 2022
  • Tempo di lettura: 4 min



Roberto Hierro frequentava l’università quando, il 17 Luglio del 1936, venne a sapere del colpo di Stato partito da Melilla. Ebbe il presentimento che quella notizia avrebbe sconvolto la sua vita e presto si rese conto che il sesto senso non lo aveva tradito.

Pochi mesi dopo si unì al gruppo degli antifascisti dell’università e con questi partì alla volta della guerra civile, nel tentativo di fermare le forze reazionarie Franchiste, foraggiate dai regimi neri.

Erano passati solo un paio d’anni e adesso si trovava ai piedi della Sierra Nevada, a quaranta chilometri da Malaga, in attesa che un convoglio fascista spuntasse da dietro la curva.

Doveva essere un’azione semplice, di quelle mordi e fuggi, cercando di mirare più al morale dell’esercito franchista che davvero al suo cuore.

Ma qualcosa andò storto.


Il convoglio era più nutrito di quanto si aspettassero, al primo camion spagnolo seguiva un secondo carico di militari tedeschi, gentile omaggio del Führer all’amico Franco.

Erano quindi in netta inferiorità numerica ed il buon senso avrebbe richiesto una ritirata in sordina, per evitare lo scontro, ma nella sua compagnia non erano in molti a fare uso della riflessione, soprattutto quando si trattava di sparare.

Fu così che partì il primo colpo, un po’ sbilenco, e da lì iniziò la salva di spari, urla, sangue e caduti che seguono sempre una battaglia come un’altra, anche quelle che non hanno nessuna importanza strategica.


Roberto fu colpito all’altezza del bacino e si accorse immediatamente della gravità della ferita, si chiese solo se sarebbe morto quel giorno lì a pochi chilometri da Malaga.


I pochi rimasti vivi fuggirono verso le montagne della Sierra e portarono in spalla il povero Hierro, semisvenuto per il dolore e per il sangue che aveva perso.

Quando si risvegliò era su di un letto scomodo con un dolore fisso alla base delle schiena, quasi come un torpore urticante, soprattutto, avvertiva la mancanza di qualsiasi sensibilità e capacità di movimento a livello delle gambe. Fu preso dal panico, temeva di essere rimasto paralizzato.

Svenne ancora.

Passarono i giorni ed il timore divenne cruda realtà: era paralizzato dalla vita in giù ed in bilico tra la vita e la morte a causa di un’infezione che lo aveva colpito passando dai buchi aperti dai proiettili.

Maria si prese cura di lui.

Maria, di cui il padre era stato un medico, lì nei villaggi al di sotto dei boschi e le aveva insegnato tutto quello che poteva, anche se entrambi sapevano che non le avrebbero mai permesso di diventare un dottore. Maria, che allora aveva deciso di continuare quella missione come infermiera e poi, allo scoppio della guerra civile, aveva seguito i ribelli su quelle montagne e tra i boschi, finalmente, aveva guadagnato il rispetto che meritava come medico di quelle compagnie di disperati.

Salvò la vita di Roberto e lui la odiò per sempre.

Roberto passava le giornate a guardare fuori dalla piccola finestra che dava sulla cima degli alberi, da lì il campo visivo era diviso in due linee orizzontali di due colori diversi: il blu del cielo ed il verde degli alberi. Per tutta la vita che gli restava Roberto avrebbe visto solo quei due colori e questo lo fece impazzire.



Passò più di un anno e alla fine dovette abituarsi alla sua condizione, ricordava i discorsi del suo professore di biologia dell’università: l’uomo è stata la creatura che meglio ha conquistato il pianeta, grazie ad una sola delle sue qualità: la capacita di adattarsi.

Roberto si adattò e per un po’ smise di chiedersi come sarebbe stata la vita, ora che si sentiva un uomo a metà. Era altre le domande che lo tormentavano: che cosa sarebbe successo? Avrebbero vinto loro o i fascisti?

Temeva di conoscere la risposta, almeno per la seconda domanda. Aveva visto le forze che gli alleati di Franco avevano messo in campo ed aveva saputo dei bombardamenti che la Luftwaffe aveva iniziato: non c’erano grosse speranze per i suoi compagni, nonostante gli aiuti, insufficienti, che erano arrivati dall’Urss.

Si chiese se si sarebbe adattato anche a vivere in un mondo fascista.


Poi però iniziò a fare mente locale sulla sorte che avrebbe aspettato chi, come lui, si era schierato dall’altra parte della storia, dal lato dei perdenti, e ricordò di come avevano trattato loro i fascisti il giorno che avevano liberato la cittadina di Antequera.

Li avevano fatti uscire con le mani in alto ed in fila indiana dal palazzo del municipio, mentre tutti i cittadini si erano disposti in due file a formare un corridoio lungo il quale i fascisti avrebbero dovuto sfilare. Ognuno dei cittadini, in ambo le file, portava in mano un bastone o una vanga, un forcone o qualunque cosa avrebbe potuto usare per colpire un altro uomo.

Fu una mattanza.

Mentre sfilavano, i fascisti venivano colpiti sul corpo, sulle gambe e sul viso e quando stremati cadevano a terra la folla si riversava su di loro, come mosche sulla carcassa di un animale, fino a che la gragnuola di colpi non trasformava quell’essere umano in una strana figura di carne e sangue, riversa a terra tra la sua urina e la saliva di quanti, eccitati dalla violenza, si sfogavano sul cadavere.

Guardando la sierra Nevada al di fuori della finestra Roberto capì che combatteva per un’idea e per questa aveva sacrificato le gambe e la sua vita, per quell’idea, avesse avuto un’altra vita, sapeva che avrebbe sacrificato di nuovo tutto. Gli fu anche chiaro, però, che l’idea di per sé non abbia niente a che vedere con l’essere umano, in grado solo di trasformarla in un qualcosa che possa giustificare le sue azioni più sordide, il suo lato animale.

Capì in quel momento che sarebbe stato un eroe, per la storia, se quella guerra l’avesse vinta Franco, ma solo uno tra i vincitori che avevano trucidato i ribelli, se l’avessero vinta loro.


A quel punto, sperò solo di perdere.



Fine.

 
 
 

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